“L’oceano ci entra in casa”
🌍 Il colore verde #243 Le nove isole di Tuvalu stanno scomparendo per l'innalzamento dei mari. L'80% degli abitanti vuole emigrare in Australia
Ehilà, ciao! La scorsa puntata vi è piaciuta più della media. Sono molto felice, penso che in tempi come questi ci voglia più coraggio di dire le cose come stanno, e Roberto Grossi lo fa senza mai pentirsene. Cercherò di fare interviste simili, oggi però vi lascio con una storia di una terra che non ho mai visto ma che mi sta molto a cuore.
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«È ancora casa mia, ma non ci vedo più un futuro», racconta Frayzel Uale, diciottenne originario di Tuvalu che si è già trasferito in Australia.
«A Tuvalu l’acqua sale, le strade si coprono, i raccolti spariscono. Non ci sono più opportunità».
Ha lasciato lo Stato insulare polinesiano con un visto studentesco, che sta per scadere. Oggi è uno degli 8074 cittadini tuvaluani (su 10.643) che hanno fatto domanda per il visto permanente offerto dall’Australia. Il bando si è chiuso il 19 luglio: i posti disponibili, per il primo anno, sono appena 280. Estratti a sorte. Una lotteria per la sopravvivenza climatica.
UN TRATTATO CON L’AUSTRALIA
Il programma fa parte del trattato Falepili Union, firmato lo scorso anno tra Tuvalu e il governo di Canberra: un accordo unico al mondo, che riconosce esplicitamente il cambiamento climatico come causa di migrazione umana. Accanto al percorso migratorio, il trattato prevede aiuti allo sviluppo e una clausola difensiva, che vieta a Tuvalu di stringere accordi militari con altri Paesi. Per i critici, come l’ex premier tuvaluano Enele Sopoaga, è un modo con cui l’Australia «arma la vulnerabilità di Tuvalu a proprio vantaggio». Per molti altri, è una via d’uscita. E una corsa contro il tempo per un destino già segnato.
ALTEZZA MASSIMA: 4,6 METRI
Perché Tuvalu potrebbe essere il primo Paese a scomparire per colpa della crisi climatica. Si tratta di un micro-stato dell’Oceano Pacifico, tra le Hawaii e l’Australia: nove atolli corallini larghi pochi metri e lunghi qualche chilometro (superficie totale 26 km²), dove il punto più alto del territorio naturale misura appena 4,6 metri sul livello del mare. La media si ferma attorno ai due metri. Dopo le Maldive, è lo Stato più basso al mondo.
Secondo le previsioni scientifiche più caute, nei prossimi decenni molte porzioni dell’arcipelago saranno inabitabili per tre motivi:
la risalita del cuneo salino (l’acqua di mare che “penetra” nelle falde di acqua dolce),
le alte maree e il moto ondoso,
l’innalzamento costante delle acque.
La scomparsa della terra è lenta ma inesorabile. Già oggi, si fatica a coltivare il taro palustre e la cassava, le piante tradizionali. L’acqua dolce nei pozzi scarseggia, le fondamenta si corrodono.
95% SOTT’ACQUA PER IL 2100
Dal 1900 al 2020, il livello medio globale dei mari è aumentato di circa 20–24 cm, con un aumento progressivo negli ultimi decenni. Nel 2024, anno più caldo mai registrato, l’aumento medio è stato di 5,9 millimetri, il livello più alto da 1500 anni (dati Nasa). Gli oceani si innalzano perché si sciolgono i ghiacciai, ma anche – e soprattutto – perché l’acqua più calda occupa più volume. Si espande. Anche nelle migliori previsioni, per la fine del secolo potremmo registrare 30 centimetri in più rispetto a oggi (dati Ipcc, scenario RCP2.6). Più 75 cm se continuiamo a emettere così tanti gas serra in atmosfera (RCP 8.5). In altre parole: per il 2100 il 95% di Tuvalu sarà sommerso nelle fasi di alta marea.
«Certi giorni l’oceano entra in casa», racconta Lisepa Paeniu, giurista tuvaluana oggi in Nuova Zelanda. Anche lei ha partecipato al bando con il compagno e i due figli: «Le nostre radici sono nella terra, ma se la terra scompare, cosa resta?».
Eppure non tutti sono pronti ad andarsene. La ricercatrice Taukiei Kitara invita alla cautela: «C’è chi considera l’esodo un atto inevitabile. Noi pensiamo che pianificare per ogni scenario sia una forma di resistenza. Non abbiamo ancora abbandonato la speranza».
IL DESTINO DELLE ISOLE
Tuvalu non è sola. Tra i piccoli stati insulari più esposti ci sono Kiribati, le Isole Marshall, le Maldive, le Seychelles, le Figi, Vanuatu. Tutti luoghi dove le emissioni di gas serra sono pressoché irrilevanti, ma le conseguenze del cambiamento climatico sono devastanti.
C’è chi ha calcolato qual è la quota di emissioni storiche di Tuvalu rispetto al totale globale. Lo 0,00003%. Se le emissioni del mondo intero fossero la superficie dell’Italia, Tuvalu sarebbe Piazza del Popolo a Roma.
Le richieste di giustizia climatica da parte di Tuvalu e degli altri Stati insulari, però, si scontrano con la lentezza e il disinteresse delle grandi potenze. E con una geografia inaccettabile per il diritto: i “rifugiati climatici” non esistono ancora a livello giuridico internazionale. Chi fugge da un’alluvione non ha le stesse tutele di chi fugge da una guerra. Secondo Andrew Harper, consigliere speciale per l’azione climatica all’Unhcr, il trattato Falepili «è un precedente importante, un modello da studiare».
LO STATO DIGITALE
Nel frattempo, Tuvalu si sta digitalizzando. Nel 2021, durante la COP26, il ministro degli Esteri Simon Kofe si presentò in diretta video in giacca e cravatta e pantaloni corti, nell’acqua fino alle ginocchia. L’immagine fece il giro del mondo.
Fu lì che Kofe annunciò il progetto della Digital Nation: una replica digitale del Paese. Un archivio online del patrimonio fisico e culturale del Paese. Una nazione virtuale a tutti gli effetti, riconosciuta già da 25 Stati. Il governo ha iniziato a scannerizzare gli atolli con droni, raccogliere testimonianze orali, salvare mappe catastali, cartografie antiche e canzoni della tradizione.
Tuvalu e il web vanno d’accordo da anni: pensate che i diritti economici per usare il loro dominio web “.tv” — usato per esempio dal sito Twitch — genera un dodicesimo del Pil nazionale.
Persino la Costituzione è stata ricreata in blockchain (per i non-esperti della materia: un complesso sistema informatico che ne garantisce sicurezza e protezione). Un’Arca di Noè digitale.

TRADIZIONI A RISCHIO
Il micro-stato è il meno popoloso al mondo dopo Città del Vaticano. Ma custodisce storie che vanno indietro nel tempo di 3000 anni, la prima volta che le popolazioni polinesiane arrivarono sulle isole. Nei villaggi gli anziani si riuniscono nel falekaupule, l’assemblea tradizionale delle isole dove si tramandano storie, si decidono le regole comuni e si celebra la coesione sociale. Secondo il mito più diffuso, le isole sarebbero state create da «Te Pusi mo Te Ali» – l’Anguilla e la Platessa – spiriti che hanno plasmato la terra e la vegetazione dal fondo.
C’è un concetto diffuso sulle nove isole: mana. Rappresenta la capacità di mantenere l’equilibrio tra uomo, mare e terra. Lo stesso nome Tuvalu significa “Otto insieme”, per l’unione delle otto isole abitate (sul totale di nove).

MACCHINA DEL TEMPO
«Non possiamo mettere la nostra identità in valigia – ha detto il diciottenne Frayzel dall’Australia – Ma possiamo almeno salvarne la memoria». C’è chi lo considera un esercizio inutile, chi lo legge come un gesto disperato. Ma per molti abitanti è una forma di dignità.
Tuvalu è minuscola, ma questa storia secondo me rappresenta qualcosa di enorme. È un mondo in miniatura, un presagio del futuro. Macchina del tempo che ci mostra i rischi che corriamo ben più vicino a noi.
Le città costruite sull’acqua – Venezia, Miami, Giacarta, New Orleans – si affacciano sullo stesso probabile destino. Solo che Tuvalu è arrivata prima. I sommersi oggi sono loro, un giorno potremmo essere noi. Ci salveremo?
***
Ps. Una versione più breve di questa storia è apparsa su La Stampa del 24 luglio.
🧭 Le notizie
— SENTENZA STORICA. Per la Corte di giustizia internazionale i Paesi sono tenuti a portare avanti le politiche climatiche. Non ridurre le emissioni viola i diritti umani.
A inizio settimana, una notizia simile è arrivata anche in Italia. La Corte costituzionale italiana si è espressa su una causa portata avanti da diverse associazioni ambientaliste contro Eni, giudicandola ammissibile. Il tribunale di Roma dove si sarebbe dovuto tenere il processo di primo grado aveva sospeso la causa. Ora potrà riprendere. — TRANSIZIONE A BASSO COSTO. Secondo un report dell’Irena, agenzia internazionale delle rinnovabili, il 91% dei nuovi progetti rinnovabili è più conveniente ed economico delle fonti fossili.
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Ma gli occhioni di questo allocco che si è trovato davanti al becco una vespetta?
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Per chi si occupa di adattamento come me un esempio tragico e forte allo stesso tempo, che sembra prefigurare scelte difficili che dovremo fare tutti in futuro. Grazie!
Un bellissimo esempio di amore per il territorio e desiderio e capacità di costruire una memoria importante